In Tribunale funziona il Modello 231

Gesta Papers n. 38 del 7 Settembre 2010

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In Tribunale funziona il Modello 231

 di Irene Semplici

Nove anni di giurisprudenza sull’efficacia dei modelli organizzativi interni. Una sorta di paracadute che protegge le imprese dalle pesanti sanzioni previste dal Dlgs 231/01 in caso di reati societari. Alcune pronunce importanti infatti, prese soprattutto nel corso degli ultimi anni, hanno reso più evidente il senso di quella scommessa che il legislatore fece nel 2001, quando da una parte introdusse con il decreto legislativo 231 la responsabilità degli enti per i reati societari, mentre dall’altra mise in campo la possibilità di un’esimente per tutte le aziende che avevano adottato congrui modelli organizzativi tali da permettere di scongiurare illeciti come quelli presi in considerazione dalla normativa.

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La possibilità di un’esimente per tutte le aziende dotate di efficaci modelli organizzativi era, fino a pochi anni fa, solo teorica in quanto nei procedimenti contro le società i pubblici ministeri riscontravano che la maggioranza di queste non aveva adottato modelli. Soprattutto non lo aveva fatto in via preventiva, introducendoli solo dopo l’avvio del procedimento penale, per evitare o ridurre il rischio di sanzioni interdittive. Nelle rarissime situazioni in cui la magistratura si era trovata ad affrontare società che i modelli li avevano già introdotti (è il caso, per esempio, di un’azienda campana nella vicenda penale sugli appalti per lo smaltimento dei rifiuti), ne era stata di fatto sancita l’inefficacia.

Nel novembre 2009 una sentenza del tribunale di Milano ha però stravolto quest’orientamento, sancendo che l’adozione tempestiva dei modelli e il loro adeguamento alle linee guida diramate dalla Confindustria escludono la responsabilità «penale» della società (sentenza 17 novembre 2009). Il Gip ha così prosciolto una società sulla base della sua condotta “virtuosa”: l’azienda in questione aveva inserito specifiche misure organizzative sin dal 2003 «anticipando di gran lunga le maggiori imprese del comparto» e applicando le Linee guida diffuse nel frattempo da Confindustria; inoltre, dal 2000, un anno prima dell’esordio della responsabilità amministrativa delle imprese, la società aveva adottato un sistema di controllo interno basato sui principi del Codice di autodisciplina dettato da Borsa italiana.

La pronuncia è stata poi doppiata da un’altra, stavolta del giudice unico di Trani (sentenza dell’11 gennaio 2010), che condannando tre società per una gravissima sciagura sul lavoro, ha fornito una serie di indicazioni operative sulla fisionomia e i contenuti del modello su un fronte cruciale come quello del presidio penale a tutela della sicurezza dei lavoratori. Nel caso di un modello già esistente e aggiornato ai reati a tutela della sicurezza dei lavoratori, infatti, costituisce una grave lacuna la mancata previsione di una specifica disciplina che indichi i rischi dell’attività anche per i lavoratori di altre imprese che entrano in contatto con la società. Un’impresa che vuole avare le carte in regola davanti alle contestazioni dell’autorità giudiziaria, spiega il giudice, deve evitare almeno due errori: quello di considerare che gli ormai consueti documenti in materia di valutazione rischi possano essere sostitutivi di una specifica organizzazione aziendale intesa a prevenire i reati in discussione, e poi che possano essere evitate misure indirizzate a chi prende contatto con le lavorazioni a rischio della stessa impresa. In altre parole, anche i lavoratori di altre aziende, ingaggiati per fare fronte ad attività anche pericolose, devono essere esplicitamente considerati tra i soggetti cui indirizza il modello.

Di sicuro non c’è via di scampo nel caso la società non abbia adottato modelli organizzativi. Almeno quando il reato è commesso da uno dei vertici dell’azienda. L’unica possibilità, infatti, è provare che il reato sia stato commesso da un dipendente nel proprio interesse o di terzi. Ma nel caso del rappresentante legale si integra una pressoché totale immedesimazione organica tra ente e dirigente (Cassazione, sentenza 36083/09).

I modelli organizzativi devono tenere anche conto del fatto che l’impresa può essere ritenuta responsabile del tentativo di reato. La Cassazione (sentenza 7718/09) ha specificato che, sebbene le norme colleghino la responsabilità dell’ente a ipotesi di reato consumato, è sempre possibile l’applicazione di misure cautelari in misura ridotta nel caso di tentativo.

È illegittimo, infine, il provvedimento di revoca delle misure cautelari interdittive adottato con riferimento all’attuazione di condotte riparatorie, qualora le medesime non abbiano contestualmente avuto a oggetto: 1) il risarcimento integrale del danno e l’eliminazione delle conseguenze dannose del reato; 2) il superamento delle carenze organizzative mediante l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire la commissione di altri reati della stessa specie (Cassazione, sentenza 40749/09). Tuttavia, nel revocare la misura cautelare interdittiva il giudice non può imporre all’ente l’adozione coattiva di modelli organizzativi (Cassazione, sentenza 32627/06).

Gesta Srl è a disposizione per ogni chiarimento in merito.

 

 

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